Un anticorpo monoclonale aggiunto alla terapia standard può offrire maggiori chance di risposta stabile nel tempo ai pazienti con piastrinopenia immune (ITP). È quanto emerge da uno studio internazionale pubblicato sul New England Journal of Medicine, che vede come autore senior il prof. Francesco Zaja, docente di Ematologia dell’Università di Trieste e direttore della Struttura Complessa di Ematologia dell’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina.
La piastrinopenia immune (ITP) è una malattia autoimmune che comporta una riduzione nel sangue delle piastrine (frammenti cellulari essenziali per la coagulazione) e un aumentato rischio emorragico a livello di cute, mucose e nei casi più gravi di organi e tessuti profondi. A questi sintomi spesso si associano stanchezza e limitazioni nello svolgimento delle attività quotidiane, con un impatto significativo sulla qualità di vita.
In Europa si contano circa 3 nuovi casi ogni 100.000 persone/anno. La piastrinopenia immune può colpire in ogni fase della vita: in età pediatrica è più spesso secondaria ad alcune infezioni virali e tende ad autorisolversi; negli adulti, invece, questa malattia più frequentemente insorge in modo insidioso senza una un’apparente causa.
Il trattamento cortisonico che rappresenta la terapia di attacco per i pazienti sintomatici risulta molto spesso inefficace nel lungo termine, cosicchè la malattia tende a cronicizzare e a richiedere trattamenti continuativi per poter mantenere valori di piastrine di sicurezza. Specie in questi casi la disponibilità di terapie alternative non tossiche ed in grado di determinare risposte durature appare molto importante.
Lo studio pubblicato da NEJM ha rivelato che ianalumab, un anticorpo monoclonale che agisce sul recettore BAFF dei linfociti B (alcune cellule del sistema immunitario responsabili della produzione di anticorpi), aggiunto alla terapia con eltrombopag (farmaco orale già impiegato per aumentare la produzione di piastrine) può migliorare il controllo della malattia.
Un elemento di forte interesse è la breve durata del trattamento previsto dal protocollo: quattro infusioni mensili di ianalumab, con l’obiettivo di ottenere un beneficio che si mantenga anche oltre la fase di somministrazione. In termini pratici, il traguardo è chiaro: intervenire in una fase precoce di malattia con farmaci di nuova generazione selettivi su alcune componenti del sistema immunitario in grado di incrementare la conta delle piastrine, ridurre il rischio di ricaduta e la necessità di terapie di salvataggio.
I risultati provengono da un trial clinico internazionale di fase 3, quella più avanzata che conferma efficacia e sicurezza prima dell’eventuale autorizzazione, in cui sono stati coinvolti 152 pazienti adulti in 73 centri di 24 Paesi. I pazienti, precedentemente trattati con cortisonici con risposta insufficiente o recidiva, hanno ricevuto quattro infusioni mensili di ianalumab (a due diversi dosaggi) oppure placebo; in entrambi i gruppi era prevista la terapia di combinazione con eltrombopag, con un percorso di riduzione graduale nei pazienti che raggiungevano e mantenevano una risposta adeguata.
I risultati indicano un vantaggio clinico per i gruppi trattati con ianalumab: a 12 mesi la quota di pazienti che resta in controllo senza necessità di cambiare strategia terapeutica arriva al 51–54%, rispetto al 30% nel gruppo placebo. In termini di durata, il tempo mediano al fallimento del trattamento è stato di 13 mesi con ianalumab (al dosaggio più elevato) più eltrombopag, rispetto a 4,7 mesi con placebo più eltrombopag.
Tra gli esiti valutati, lo studio ha osservato anche un miglioramento della stanchezza riferita dai pazienti. Sul piano della sicurezza, gli eventi avversi registrati sono risultati in generale simili tra i gruppi e nella grande maggioranza di grado lieve o moderato.
«Il contributo dell’Università di Trieste e della SC di Ematologia di ASUGI - sottolinea il prof. Francesco Zaja del Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e della Salute (DSM) - è risultato rilevante nelle fasi di pianificazione, coordinamento e disegno dello studio e nell’arruolamento di alcuni dei pazienti.
Ianalumab – prosegue Zaja - si prospetta come una nuova opportunità terapeutica in grado di determinare risposte durature in pazienti affetti da piastrinopenia immune: alta efficacia di azione, buon profilo di sicurezza e breve durata del trattamento caratterizzano questo nuovo trattamento. La valutazione dei risultati dello studio nel lungo termine offrirà ulteriori importanti informazioni sulle potenzialità di ianalumab».
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