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FVG - CORONAVIRUS: Rischio zona rossa soprattutto perché in regione manca il personale medico e infermieristico,

Questa l'analisi dei dati pubblicata da Triesteallnews a firma di Roberto Srelz.
Aggiunto il: 26/11/2020
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Una doverosa premessa. I dati che domani il Ministero andrà ad analizzare sono quelli della passata settimana dove abbiamo avuto un aumento di nuovi positivi di non poco conto. Questa settimana l'indice Rt è perfortuna un po migliorato ma i dati analizzati saranno quelli "vecchi". Il parametro Rt non è l'unico: se questo va meglio, dall'altro abbiamo un aiumento costante di ricoveri in ospedale e scarsezza di personale. Ma nei corridoi si parla anche del cambio dei parametri per far contenti tutti e stare in arancione o arancione "light".

 

Friuli Venezia Giulia in controtendenza e in zona rossa? Tutti a casa, a partire da questo fine settimana? È ormai quasi certo, e la decisione dovrebbe arrivare venerdì, anche se si sta cercando una via per passare attraverso le maglie delle tabelle preparate dal Comitato Tecnico Scientifico e rimanere fra gli ‘arancioni’. Colpa dei giovani, eterni scapestrati, o degli irresponsabili che bevono il caffè al bar, o di chi non indossa l’indispensabile mascherina? Non proprio; anche se il Friuli Venezia Giulia rimane una delle regioni con l’indice Rt più alto, il problema non è che manchino i posti in terapia intensiva: in Regione manca il personale medico e infermieristico, ed è in buona sostanza questo che fa scattare l’allarme.

L’estate, come si sa, è trascorsa quasi senza assunzioni, e senza che si rendesse sistemico il tracciamento dei contagi, cosicché lo stesso è completamente saltato (e che non bastasse Immuni, e che fosse inutile delegare il compito alla sola App, era stato detto da epidemiologi e analisti, e non solo). E senza assunzioni, le persone da mettere al lavoro negli ospedali, e più in generale da assegnare all’assistenza di chi non sta bene, non ci sono; e se questa estate qualche altra regione ha offerto, come stipendio, un po’ di più, chi aveva le capacità per farlo se n’è andato a lavorare là, e ora la domanda (di persone, da parte della sanità) non incontra l’offerta (sul mercato, non c’è quasi nessuno). In parallelo, mancano i vaccini contro l’influenza; la confusione è destinata quindi nelle prossime settimane ad aumentare, e il Friuli Venezia Giulia a chiudere a Natale, proprio mentre gli altri riaprono. Ma speriamo di no; in fondo, le tabelle sono, e ormai lo si sa, più qualcosa di politico che di scientifico, e la politica è l’arte del compromesso.

‘Grafico’, in Italia, di questi tempi sta per ‘fattore Rt’. L’Rt è il fattore di riproduzione di un virus: l’Rt alto vuol dire male, l’Rt basso vuol dire bene. È vero o non è vero? Cosa può dirci, questo parametro ormai sulla bocca di tutti (è diventato un totem) in merito alla reale situazione dell’epidemia di Covid-19?
Per più di un esperto di malattie infettive, e non solo in Italia, focalizzarsi sul solo parametro Rt come faro che permette di seguire una direzione all’interno dell’evolversi dell’epidemia (l’aveva fatto, in maggio, Boris Johnson, mostrando una serie di grafici sul quale ‘1’ era la cifra indicata come obiettivo) è una scelta miope e pericolosa: concentrarsi troppo sul numero di persone che il virus potenzialmente contagerà può portare a errori, anche piuttosto pesanti, di valutazione. Proprio da grafici simili a quello di Johnson è derivata la decisione di dare colori alle regioni italiane e stabilire i livelli di allerta che determinano i gradi di libertà dei cittadini: Rt è uguale a 1? Puoi andare a bere il caffè al bar. Rt è 1,5? Devi chiuderti in casa. È vero che i parametri poi sono ben 21 (troppi; non riusciamo in Italia a trovare una via di mezzo: facciamo uno, nessuno o centomila), ma alcuni risultano più importanti di altri.

Rt ha quindi lasciato le pagine delle enciclopedie mediche e delle aule universitarie, ed è entrato nel vocabolario della politica (per tacere dei media) iniziando, tanto quanto il virus, a modificare le nostre vite. Se Rt è sopra 1 vuol dire che la diffusione della malattia cresce, mentre se è sotto 1 vuol dire che sta calando. In molti paesi, il valore di Rt viene comunicato in televisione, ogni giorno: prima ci sono le previsioni del tempo, e poi le previsioni di Rt, con addirittura siti web che promettono di indicare l’Rt di qualsiasi paese del mondo in tempo reale (non è vero, e basta fermarsi un attimo a riflettere per capire che quei dati non sono attendibili, e che sarebbe impossibile raccoglierli in maniera efficace; però qualcuno li pubblica). Rt, quindi, è diventato una fissazione: soprattutto per la politica, anche se gli epidemiologi continuano a raccomandare di non commettere questo errore.
Il problema è che Rt è un dato che, usato così come si sta facendo, non è nient’altro che un’ipotesi, una cifra messa su una tabella: è impreciso, si presta a interpretazioni, non fotografa l’andamento reale di un’epidemia e può essere soggetto a variazioni sensibili sia verso l’alto che verso il basso, ad esempio in caso di focolai anche se ben delimitati e circoscritti oppure di errori o ritardi nella registrazione dei dati. In più, Rt è una media, non riesce a rappresentare in modo corretto le variazioni all’interno delle diverse fasce di popolazione (per età, per residenza, per condizioni di vita) e quindi può alterare, nel male o nel bene, la percezione della realtà, distraendo da altre misure, come l’analisi comparata dei trend su periodi più lunghi o, appunto, il tracciamento.

Nato circa cent’anni fa in demografia e non in medicina, ‘R’ misurava in origine il fattore di crescita o di riduzione di una popolazione. Gli epidemiologi pensarono di applicare lo stesso principio per rappresentare graficamente la diffusione di un’infezione: se due sono malati, ne infetteranno mediamente quattro, che poi ne infetteranno potenzialmente otto, e così via, come spiegano meglio le riviste scientifiche. Era una maniera di costruire e poi rappresentare un modello a fini di studio; poteva dare un’idea dell’estensione di un’epidemia, ma non, ad esempio, dei motivi e della rapidità di diffusione. E soprattutto, a meno che non si potessero fare dei test in una finestra di tempo veramente breve sulla maggior parte se non sulla totalità di una popolazione, R non poteva e non può essere misurato direttamente: e quindi lo si ipotizza, lo si stima retrospettivamente. Chi disegna i grafici dell’andamento di un’epidemia guarda al numero di casi e di morti di un periodo precedente, decide di scegliere l’approccio che gli sembra più giusto, e cerca di scrivere un numero che possa spiegare l’andamento: deriva quindi il numero R da quello che è successo prima, in quanto, non avendo sotto controllo tutti i fattori, non ha alcun modo di prevedere il futuro. In una popolazione potrebbero essere infatti tutti sensibili a una certa infezione: ma normalmente questo non è vero. Oppure, potrebbero essere tutti dei diffusori allo stesso modo: ma normalmente, in natura, questo non è detto, e per il virus del Covid-19 si è constatato che non è così. Rt, a volte indicato anche come ‘Re’ o ‘R effettivo’, cerca (altro non può fare) di tenere in considerazione quante persone potrebbero aver in qualche modo guadagnato l’immunità, quante si sono ammalate e guarite, quante (se il vaccino c’è) sono state vaccinate, e così via; ma non è una previsione scientificamente esatta. Ed essendo un indicatore di progresso risente del ritardo: quello che è successo circa dieci giorni fa o due settimane fa non è quello che sta succedendo oggi. Ci si affida quindi, lo fanno i ricercatori e lo fa il Comitato Tecnico Scientifico, alla statistica e alle simulazioni al computer; ma questo, come ha ricordato Lars Schaade dell’istituto Robert Koch tedesco, non è che il metodo “che permette di ipotizzare di meno” all’interno di una selva fatta di ipotesi. Ad esempio non esiste nessun modo di capire quali e quanti dei casi osservati, e quindi previsti, nel modello statistico che porterà alla definizione dell’Rt della settimana, siano magari già entrati in contatto con il virus, e quindi non possano più far parte di quel modello stesso.

Chiunque può modificare le formule e gli algoritmi che portano alla creazione dei grafici con Rt, inserendo la sua propria valutazione in forma di variabile addizionale; ad esempio, un’azienda sanitaria locale, che può fare il calcolo diversamente da quella di un’altra zona del paese. Lo si può fare bene e a fin di bene, lo si può fare per errore, lo si può fare per mettere un post su un Social network. Manca, quindi, anche la coerenza nell’approccio statistico stesso: calcolare Rt con precisione a livello locale e dare a esso un significato netto, inequivocabile, è quasi impossibile, e non potrebbe essere diversamente. Nel Regno Unito, proteste si sono sollevate nei confronti del governo Johnson che, secondo alcuni analisti, starebbe trascurando l’effetto di innalzamento sul numero Rt portato dalle infezioni nelle case di riposo, contesto ben noto e circoscritto che non porta rischi alla popolazione generale ma che, fin che il numero non scende, costringe comunque tutti a stare a casa: l’Rt inglese sarebbe insomma la media case di riposo comprese, e questo, come rappresentazione dell’epidemia, non è corretto. Dire se possa essere o meno così anche a Trieste, dove le case di riposo e gli anziani sono tanti, lo lasciamo al lettore; una nostra opinione ce la siamo fatta. Insomma, fra versioni, variabili e statistiche, e il rischio di interpretarle fuori dal loro contesto, abbiamo creato un mostro: Rt. Non ci aiuta a capire i perché dell’epidemia, né le decisioni della politica. Non è stato concepito per questo, non avrebbe dovuto esser questo. E ora circola libero.

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